Italia, quasi quattro anni di Governo Meloni: più stabilità, ma la trasformazione promessa non è arrivata
Inflazione e conti pubblici sono migliorati, ma la crescita resta debole. E le grandi riforme politiche promesse nel 2022 sono rimaste incomplete, ridimensionate o respinte
Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi nell’ottobre 2022, non si presentò semplicemente come il nuovo Presidente del Consiglio.
Si presentò come la leader di un progetto di trasformazione dell’Italia.
La promessa non riguardava soltanto la gestione dell’economia.
Riguardava il modo stesso di governare il Paese: maggiore stabilità dell’esecutivo, premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere nella magistratura, riforma fiscale, semplificazione dello Stato e una nuova fase di crescita economica.
Quasi quattro anni dopo, il bilancio è più complesso.
L’Italia è certamente più stabile sotto alcuni importanti aspetti macroeconomici.
Ma la grande trasformazione politica e istituzionale promessa agli elettori nel 2022 non si è ancora concretizzata.
E questo diventa particolarmente evidente confrontando ciò che il Governo aveva promesso con ciò che oggi è effettivamente realtà.
L’economia: il confronto con il 2022
Quando Meloni entrò in carica, l’Italia era nel pieno dello shock energetico provocato dalla guerra in Ucraina.
Nell’ottobre 2022 l’inflazione aveva raggiunto l’11,8%.
Il PIL, però, cresceva ancora rapidamente: nel 2022 l’economia italiana aumentò del 3,7% in termini reali.
Il deficit pubblico era pari all’8% del PIL e il rapporto debito/PIL era intorno al 144%.
Quasi quattro anni dopo, il quadro è profondamente diverso.
L’inflazione è tornata su livelli molto più contenuti.
Il deficit è sceso intorno al 3%.
L’occupazione è aumentata.
La disoccupazione è diminuita.
Ma il PIL è passato dalla crescita del 3,7% del 2022 a una crescita soltanto dello 0,5% nel 2025, con una previsione analoga per il 2026.
La Commissione europea prevede infatti per l’Italia una crescita dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, mentre il rapporto debito/PIL dovrebbe risalire dal 137,1% del 2025 al 138,5% nel 2026 e al 139,2% nel 2027. (Confesercenti Nazionale)
La fotografia è quindi abbastanza chiara:
l’Italia è diventata più stabile, ma non significativamente più dinamica.
L’inflazione è stata sconfitta?
Rispetto al 2022, il miglioramento è indiscutibile.
Ma sarebbe scorretto attribuirlo interamente al Governo.
La discesa dell’inflazione è stata favorita dalla normalizzazione dei mercati energetici e dalla politica monetaria della BCE.
Inoltre, inflazione più bassa non significa prezzi più bassi.
Significa soltanto che i prezzi aumentano più lentamente.
Il livello dei prezzi raggiunto durante la crisi inflazionistica è rimasto nell’economia.
Questo spiega perché molte famiglie continuino a percepire una forte pressione sul costo della vita nonostante l’inflazione sia oggi molto più contenuta.
Il deficit: qui il Governo può rivendicare un risultato
Il miglioramento dei conti pubblici è probabilmente uno dei risultati più concreti della legislatura.
Dal 8% del PIL di deficit nel 2022 si è arrivati al 3,1% nel 2025, con una previsione del 2,9% nel 2026.
È una riduzione molto importante.
Il Governo può quindi sostenere, con dati alla mano, di avere contribuito a una maggiore disciplina fiscale.
Ma esiste un problema.
Il miglioramento del deficit non ha prodotto una riduzione strutturale del debito.
Il debito resta vicino al 140% del PIL e le previsioni indicano una nuova crescita del rapporto nei prossimi anni. (Confesercenti Nazionale)
Il problema fondamentale dell’Italia rimane quindi intatto:
cresciamo troppo poco rispetto al peso del debito.
Il mercato del lavoro è migliorato
Anche il mercato del lavoro rappresenta un punto positivo.
Il tasso di occupazione è aumentato rispetto al 2022 e la disoccupazione si è ridotta.
Questo è un risultato concreto.
Ma ancora una volta il dato deve essere interpretato insieme alla demografia.
L’Italia sta perdendo popolazione in età lavorativa e sta rapidamente invecchiando.
Nei prossimi anni il problema non sarà soltanto creare nuovi posti di lavoro.
Sarà trovare abbastanza lavoratori per occupare quelli disponibili.
Ed è qui che ritorna il problema della produttività.
La crescita rimane la grande occasione mancata
La vera debolezza del bilancio economico è infatti la crescita.
Un’economia che cresce dello 0,5% all’anno non può modificare radicalmente il livello di benessere dei propri cittadini.
Non può ridurre rapidamente il debito.
Non può aumentare significativamente i salari reali.
Non può finanziare facilmente un welfare sempre più costoso.
Non può compensare rapidamente l’impatto dell’invecchiamento demografico.
Il problema italiano non è quindi più soltanto la stabilità.
È la capacità di crescere.
E su questo fronte il Governo Meloni non ha ancora prodotto la svolta strutturale promessa.
La produttività resta il grande problema
La produttività italiana è un problema che precede di molto il Governo Meloni.
Ma proprio per questo rappresenta una delle aree nelle quali una legislatura di quasi quattro anni avrebbe dovuto produrre risultati più visibili.
La produttività determina la capacità delle imprese di aumentare i salari, investire, innovare e competere.
Senza produttività è difficile avere salari reali più elevati.
È difficile ridurre il debito.
È difficile sostenere il welfare.
Ed è difficile mantenere competitiva la manifattura italiana.
La Commissione europea continua a indicare produttività, demografia e crescita potenziale tra le principali vulnerabilità dell’economia italiana.
Il problema, quindi, non è stato risolto.
E arriviamo alle riforme promesse
È qui che il bilancio politico diventa molto più critico.
Le tre grandi riforme istituzionali che rappresentavano una parte fondamentale del patto politico della maggioranza erano:
premierato, autonomia differenziata e separazione delle carriere nella magistratura.
A quasi quattro anni dall’inizio della legislatura, nessuna delle tre può essere considerata una piena realizzazione del progetto originario.
E le ragioni sono molto diverse.
Il premierato: la riforma simbolo rimasta incompleta
Il premierato era probabilmente la riforma più importante per Fratelli d’Italia.
L’obiettivo era modificare il sistema istituzionale italiano, rafforzando direttamente la figura del Presidente del Consiglio e la stabilità degli esecutivi.
Il progetto è stato portato avanti sul piano parlamentare, ma non è diventato una riforma costituzionale compiuta.
Nel frattempo il dibattito politico si è progressivamente spostato sulla legge elettorale, con una trasformazione sostanziale dell’originario progetto.
È una differenza importante.
Una riforma costituzionale promessa agli elettori non equivale a una nuova legge elettorale.
Il premierato, nella sua forma originariamente presentata, rimane quindi un progetto non realizzato. (HuffPost Italia)
L’autonomia differenziata: approvata, ma ridimensionata
L’autonomia differenziata ha avuto un percorso diverso.
La legge è stata approvata.
Formalmente quindi il Governo può rivendicare di aver raggiunto un risultato.
Ma la Corte costituzionale è intervenuta in modo significativo sull’impianto della legge, dichiarando illegittime diverse disposizioni e imponendo limiti importanti alla sua applicazione.
Il risultato è una riforma molto diversa, per portata e modalità di attuazione, rispetto a quella immaginata nella fase iniziale del Governo.
Il processo resta quindi aperto e politicamente complesso.
La riforma esiste.
La trasformazione dello Stato promessa, invece, è ancora lontana dall’essere completata.
La separazione delle carriere: la bocciatura più evidente
La riforma della giustizia rappresenta il caso più netto.
Il Governo ha portato fino alla fine il progetto di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.
Il Parlamento ha approvato la riforma costituzionale.
Ma, non essendo stata raggiunta la maggioranza dei due terzi, si è arrivati al referendum confermativo del 22 e 23 marzo 2026.
Il referendum ha respinto la riforma.
La proposta non è quindi entrata nella Costituzione. (Pagella Politica)
Questo è un dato politico difficilmente contestabile.
La riforma più avanzata delle tre principali riforme istituzionali del Governo è stata sottoposta agli elettori e respinta.
Non significa che la proposta fosse necessariamente sbagliata.
Significa che il progetto politico del Governo non ha ottenuto il consenso necessario per diventare realtà.
Il paradosso della legislatura
Ed è qui che emerge il paradosso del Governo Meloni.
Sul piano economico, il Governo si è dimostrato più prudente e pragmatico di quanto alcuni osservatori prevedessero nel 2022.
Non ha provocato lo scontro con i mercati.
Non ha abbandonato il percorso europeo.
Ha ridotto significativamente il deficit.
Ha mantenuto una relativa stabilità finanziaria.
Sul piano istituzionale, invece, il progetto di trasformazione è rimasto molto più incompleto.
Il premierato è fermo.
L’autonomia è stata fortemente ridimensionata nel suo percorso applicativo.
La separazione delle carriere è stata respinta dagli elettori.
È una differenza significativa tra governare e riformare.
Il Governo più longevo non significa necessariamente il Governo più riformatore
La durata del Governo Meloni è diventata uno degli elementi distintivi della legislatura.
La stabilità politica è certamente un valore per un Paese che per decenni ha avuto una successione molto rapida di governi.
Ma la stabilità è uno strumento.
Non è un risultato finale.
Un Governo può rimanere in carica a lungo senza riuscire a trasformare profondamente il sistema istituzionale o economico.
La domanda quindi non dovrebbe essere:
“Quanto è durato il Governo?”
Ma:
“Che cosa ha cambiato strutturalmente?”
Ed è proprio qui che il bilancio diventa meno favorevole.
La distanza tra promessa e risultato
Il problema non è che il Governo non abbia fatto nulla.
Ha approvato numerose leggi.
Ha modificato il sistema fiscale.
Ha introdotto misure sul lavoro.
Ha gestito il PNRR.
Ha modificato il quadro delle politiche migratorie.
Ha mantenuto una linea relativamente stabile sui conti pubblici.
Ma le grandi riforme che avrebbero dovuto caratterizzare storicamente la legislatura hanno incontrato ostacoli tali da non poter essere considerate compiute.
Questo è particolarmente importante perché erano proprio queste riforme a distinguere il progetto politico di Meloni da una normale legislatura amministrativa.
Il vero bilancio: stabilizzazione più che trasformazione
Dopo quasi quattro anni, la definizione che trovo più corretta è questa:
il Governo Meloni ha prodotto più stabilizzazione che trasformazione.
La stabilizzazione economica è un risultato.
Ma la trasformazione promessa è un’altra cosa.
L’Italia del 2026 ha:
inflazione molto più bassa;
deficit molto più contenuto;
più occupazione;
una situazione finanziaria più stabile.
Ma ha ancora:
crescita molto debole;
debito pubblico elevatissimo;
produttività insufficiente;
salari reali che hanno recuperato solo parzialmente;
forte pressione demografica;
e una parte significativa delle riforme istituzionali promesse ancora incompiuta.
Quanto merito attribuire a Meloni?
È importante non commettere un errore opposto.
Non tutto ciò che è migliorato è merito del Governo.
La disinflazione è stata favorita dalla BCE e dalla normalizzazione energetica.
Il PNRR è un programma europeo.
Il mercato del lavoro segue anche dinamiche strutturali.
Il debito è il risultato di decenni di politiche economiche.
Ma allo stesso modo non è corretto negare il ruolo del Governo nella gestione dei conti pubblici e nelle scelte fiscali.
Il giudizio serio deve quindi distinguere tra risultati attribuibili all’esecutivo e fattori esterni.
È proprio questa distinzione che permette di fare un’analisi economica indipendente.
La domanda che rimane
A quasi quattro anni dall’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, il bilancio può quindi essere sintetizzato in una frase:
L’Italia è oggi più stabile di quella del 2022, ma non è ancora l’Italia profondamente trasformata che il progetto politico della maggioranza aveva promesso.
La stabilizzazione macroeconomica è reale.
La trasformazione strutturale è molto meno evidente.
E la parte finale della legislatura sarà decisiva.
Perché il tempo non è più dalla parte del Governo.
La domanda non sarà più se le riforme verranno presentate.
Saranno giudicate sulla loro capacità di essere effettivamente realizzate.
E sul piano economico la sfida sarà ancora più difficile:
trasformare una crescita dello 0,5% in una crescita strutturalmente più elevata.
Per riuscirci serviranno produttività, investimenti privati, innovazione, capitale umano, salari più elevati e una strategia molto più incisiva sulla demografia.
La vera eredità del Governo Meloni non sarà quindi determinata soltanto dalla stabilità ottenuta.
Sarà determinata dalla risposta a una domanda molto più impegnativa:
Dopo quasi quattro anni al Governo, l’Italia è semplicemente più stabile oppure è finalmente diventata più capace di crescere e di cambiare?
Oggi, guardando ai dati economici e allo stato delle grandi riforme, la risposta sembra ancora essere:
più stabile, sì. Trasformata, ancora no.
Fonti
ISTAT – Istituto Nazionale di Statistica
PIL, inflazione, occupazione, disoccupazione, deficit, debito, consumi e investimenti. ISTAT
Banca d’Italia
Finanza pubblica, debito, mercati finanziari e quadro macroeconomico italiano. Banca d’Italia
Commissione Europea – Economic Forecast Italy 2026
Crescita, inflazione, deficit, debito, consumi e investimenti. European Commission – Italy Economic Forecast
Commissione Europea – In-Depth Review Italy 2026
Produttività, competitività, demografia e vulnerabilità strutturali. European Commission – Italy In-Depth Review
Parlamento italiano
Iter delle riforme costituzionali e legislative del Governo Meloni. Senato della Repubblica
Corte Costituzionale
Decisioni sull’autonomia differenziata e sul quadro costituzionale. Corte Costituzionale
Referendum costituzionale sulla separazione delle carriere – 22-23 marzo 2026
Risultato e conclusione del procedimento di revisione costituzionale. (Pagella Politica)
Roberto Balbino
CEO, Fintech SBB
Con oltre 30 anni di esperienza nel settore finanziario internazionale, Roberto Balbino si occupa di fintech, digital banking, pagamenti, innovazione finanziaria, banche e mercati internazionali.
La sua attività di analisi si concentra sull’evoluzione del sistema finanziario, sulle nuove tecnologie applicate alla finanza e sulle trasformazioni economiche che stanno ridefinendo banche, imprese e mercati.
Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non costituiscono consulenza finanziaria o d’investimento.
Originally published on Substack.
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