MELONI, SOGGETTO: IL GOVERNO PIÙ LONGEVO DELLA REPUBBLICA. OGGETTO:

QUATTRO ANNI PER RESTARE AL POTERE, NON PER CAMBIARE L’ITALIA: CRESCITA DA 0,x%, DEBITO IN RISALITA, SALARI REALI IMPOVERITI, GIOVANI IN FUGA, SOVRANISMO ARRESO ALLA REALTÀ

Quasi quattro anni di governo Giorgia Meloni sono ormai sufficienti per separare due concetti che la politica tende sistematicamente a confondere:

durare e governare bene.

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Un governo può durare.

Può conservare la maggioranza.

Può dominare la propria coalizione.

Può rassicurare i mercati.

Può conquistare una credibilità internazionale superiore alle aspettative iniziali.

Può persino diventare il governo più longevo della storia della Repubblica italiana.

Ma nessuna di queste cose dimostra, da sola, che abbia trasformato il Paese.

Ed è precisamente questo il punto.

La stabilità rappresenta probabilmente il più importante successo politico di Giorgia Meloni.

Ma la stabilità è una condizione.

Non è un risultato economico.

Dopo quasi quattro anni, quindi, la domanda interessante non è più:

“Quanto è stata brava Meloni a rimanere al potere?”

La risposta è evidente: molto.

La domanda seria è:

che cosa ha ottenuto l’Italia da quasi quattro anni di una stabilità politica eccezionale per gli standard della Repubblica?

Per rispondere dobbiamo abbandonare simpatia, antipatia, appartenenza politica e propaganda.

Servono i numeri.

PIL.

Salari reali.

Occupazione.

Produttività.

Debito.

Deficit.

Tasse.

Evasione.

Potere d’acquisto.

Investimenti.

PNRR.

Immigrazione.

Sbarchi.

Rimpatri.

Ed emigrazione degli italiani.

E quando mettiamo insieme questi numeri, il quadro diventa molto meno trionfale della celebrazione del record di longevità.

1. L’ITALIA HA OTTENUTO LA STABILITÀ. MA DOV’È LA CRESCITA?

Partiamo dal dato più elementare.

Il PIL.

L’economia italiana è cresciuta di circa lo 0,5% nel 2025.

Le prospettive per il 2026 rimangono nell’ordine di pochi decimi di punto percentuale.

Non è recessione.

Non è collasso.

Non è una crisi finanziaria.

Ma è proprio qui che considero fuorviante una parte del dibattito politico.

Perché il criterio con cui giudicare una delle maggiori economie europee non può essere semplicemente:

“non siamo falliti.”

Un Paese con oltre tre trilioni di euro di debito, una popolazione che invecchia, una forza lavoro destinata a ridursi e una produttività storicamente debole ha bisogno di crescita strutturale.

Non di sopravvivenza.

L’Italia continua invece a vivere nella sua ormai cronica:

economia dello 0,x%.

Cresce.

Ma cresce troppo poco per cambiare significativamente salari, produttività, debito e aspettative.

Quasi quattro anni di stabilità non hanno ancora spezzato questo schema.

2. LA SPAGNA È IL CONFRONTO PIÙ SCOMODO

Si può attribuire moltissimo agli shock esterni.

La pandemia.

L’Ucraina.

La crisi energetica.

Il rialzo dei tassi BCE.

La debolezza tedesca.

Le tensioni in Medio Oriente.

I dazi americani.

Il protezionismo.

L’instabilità geopolitica.

Tutto vero.

Ma c’è un problema.

Anche la Spagna ha vissuto tutto questo.

Eppure nel 2025 l’economia spagnola è cresciuta di circa il 2,8%, contro circa lo 0,5% dell’Italia.

Per il 2026 il divario rimane enorme.

La Spagna non è un paradiso economico.

Ha una disoccupazione sensibilmente superiore a quella italiana.

Ha un enorme problema abitativo.

Ha fragilità politiche e fiscali.

Ma dimostra qualcosa di fondamentale:

non è l’Europa a condannare automaticamente una grande economia mediterranea alla crescita dello 0,x%.

Se due Paesi subiscono shock internazionali simili e uno cresce molte volte più dell’altro, prima o poi bisogna iniziare a guardare dentro il Paese che cresce meno.

Produttività.

Investimenti.

Capitale umano.

Demografia.

Burocrazia.

Dimensione delle imprese.

Innovazione.

Politica economica.

Non tutto è colpa del governo.

Ma dopo quasi quattro anni non tutto può continuare a essere colpa degli altri.

3. OCCUPAZIONE: QUI MELONI HA UN RISULTATO REALE

Bisogna riconoscerlo senza esitazioni.

L’occupazione è uno dei risultati migliori del governo.

L’Italia ha raggiunto livelli record.

La disoccupazione è diminuita.

Nel primo trimestre 2026 il tasso di occupazione era intorno al 62,8%.

È un risultato positivo.

Ma confrontiamolo con il resto delle economie avanzate.

La media OCSE era circa 72,1%.

Quindi, persino nel momento del proprio record, l’Italia rimaneva circa 9,3 punti percentuali sotto la media OCSE.

Questo non annulla il miglioramento.

Lo mette nella giusta prospettiva.

Un record italiano può essere contemporaneamente:

un successo rispetto al passato italiano

e

un ritardo rispetto agli standard internazionali.

Il lavoro è aumentato.

Adesso dobbiamo domandarci:

quanto produce?

quanto viene pagato?

quante donne continuano a rimanere fuori dal mercato del lavoro?

quanti giovani rimangono inattivi?

quanti laureati se ne vanno?

Il numero degli occupati conta.

La qualità economica dell’occupazione conta altrettanto.

4. SALARI REALI: QUI LA NARRAZIONE DIVENTA MOLTO PIÙ DIFFICILE

Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora circa il 7,5% inferiori rispetto all’inizio del 2021.

Nel primo trimestre del 2026 il divario si era ridotto, ma rimaneva nell’ordine del 6,1%.

La dinamica recente è migliorata.

Ma recuperare una parte della perdita non significa avere recuperato il potere d’acquisto precedente.

Questa è probabilmente una delle differenze più importanti fra statistica e percezione quotidiana.

Il lavoratore può ricevere un aumento nominale.

Ma se nel frattempo prezzi di alimentari, energia, servizi, trasporti, assicurazioni e abitazione sono cresciuti molto di più rispetto a qualche anno prima, quel lavoratore non è necessariamente diventato più ricco.

Può semplicemente essere diventato:

meno povero rispetto al picco della perdita.

È una cosa molto diversa.

5. L’INFLAZIONE È SCESA. I PREZZI NON SONO TORNATI INDIETRO.

Questo concetto dovrebbe essere elementare.

Eppure viene continuamente confuso.

Se l’inflazione passa dall’8% al 2%, i prezzi generalmente non ritornano al livello precedente.

Continuano a crescere, semplicemente più lentamente.

Per questo la disinflazione è positiva ma non cancella automaticamente il danno precedente al potere d’acquisto.

Il cittadino non vive dentro il tasso annuale d’inflazione.

Vive dentro il livello cumulato dei prezzi.

E se il salario non recupera abbastanza rapidamente, la perdita rimane.

6. TRE TRILIONI DI EURO: LA REALTÀ CHE LIMITA LA SOVRANITÀ ITALIANA

Arriviamo al numero probabilmente più importante di tutti.

Il debito pubblico.

L’Italia ha superato i 3.000 miliardi di euro.

Nel 2025 il rapporto debito/PIL era circa 137,1%.

Le proiezioni indicano un nuovo aumento negli anni successivi, verso livelli prossimi al 140%.

Non è un debito creato da Meloni.

Sarebbe assurdo sostenerlo.

È il risultato di decenni di storia fiscale italiana.

Esistono inoltre effetti differiti di misure precedenti, inclusi quelli collegati ai bonus edilizi.

Ma quasi quattro anni di governo sono abbastanza per porre una domanda diversa:

la direzione strutturale è cambiata?

Per ora, sul debito, la risposta è:

non abbastanza.

7. ITALIA, SPAGNA, FRANCIA, GERMANIA: NON ESISTE UNA SOLA EUROPA DEL DEBITO

Alla fine del 2025 il rapporto debito/PIL era approssimativamente:

Italia: 137,1%

Francia: 115,6%

Spagna: 100,7%

Germania: 63,5%.

Ma ancora più interessante è la direzione.

La Spagna sta portando il rapporto verso il basso.

L’Italia rischia di riportarlo verso il 140%.

La Francia sta vivendo un deterioramento fiscale molto serio.

La Germania sta aumentando il proprio debito deliberatamente per finanziare infrastrutture, difesa e investimenti.

Quindi attenzione.

Non intendo sostenere che ogni Paese europeo sia amministrato meglio dell’Italia.

Non è vero.

Sul deficit e sulla disciplina fiscale recente l’Italia presenta risultati migliori della Francia.

Questo va riconosciuto.

Ma Germania e Italia mostrano una differenza fondamentale.

Berlino può scegliere di indebitarsi di più partendo da poco più del 60% del PIL.

Roma deve continuamente dimostrare di poter sostenere un debito superiore al 130%.

Questa differenza si chiama:

spazio fiscale.

E lo spazio fiscale è potere.

È autonomia.

È capacità di reagire a una crisi.

In altre parole:

è sovranità economica.

8. IL CONFRONTO CON I CINQUE ANNI PRECEDENTI: ATTENZIONE AL COVID

Anche qui serve serietà.

Non possiamo confrontare meccanicamente il periodo Meloni con il quinquennio precedente senza ricordare che nel mezzo è avvenuta la pandemia.

Prima del Covid, intorno al 2017, il debito/PIL era circa:

Italia 132%;

Spagna 98%;

Francia 96%;

Germania 64%.

Poi il Covid ha distrutto i normali confronti economici.

Il debito italiano è arrivato oltre il 150% del PIL.

Successivamente è sceso rapidamente grazie alla ripresa del PIL nominale.

Nel 2022 era intorno al 138%.

Quindi Meloni eredita un problema gigantesco.

Questo è indiscutibile.

Ma oggi il problema non è più stabilire chi abbia creato il debito.

È stabilire se l’Italia abbia finalmente costruito una traiettoria credibile per ridurlo.

E qui il verdetto rimane insoddisfacente.

9. IL PARADOSSO DEL SOVRANISMO: MELONI HA INCONTRATO LA MATEMATICA

Per anni una parte della destra italiana ha costruito una narrazione politica basata sul recupero della sovranità nazionale rispetto ai vincoli europei.

Bisogna essere precisi.

Meloni non si è presentata alle elezioni del 2022 promettendo l’uscita dall’euro o dall’Unione europea.

Aveva già moderato significativamente quelle posizioni.

Ma la cultura politica sovranista da cui proveniva aveva presentato ripetutamente Bruxelles come uno dei grandi limiti all’autonomia italiana.

Poi Meloni è arrivata a Palazzo Chigi.

E ha incontrato qualcosa di molto più potente della Commissione europea:

la matematica.

Un Paese con oltre tre trilioni di debito non può ignorare i mercati.

Un Paese nell’euro non controlla autonomamente i tassi d’interesse.

Un Paese che riceve risorse europee straordinarie non può fingere che l’Europa sia economicamente irrilevante.

Un Paese la cui industria vive dentro le catene produttive europee non può semplicemente separarsi dal mercato unico senza conseguenze.

Non è una questione ideologica.

È economia.

10. MELONI NON HA SCONFITTO IL VINCOLO ESTERNO. HA IMPARATO A GOVERNARCI DENTRO.

Questa è forse la più grande contraddizione politica del suo governo.

All’opposizione Bruxelles può essere il nemico.

Al governo Bruxelles diventa il tavolo negoziale.

All’opposizione si possono attaccare le regole fiscali.

Al governo bisogna convincere gli investitori che il debito è sostenibile.

All’opposizione si può criticare la BCE.

Al governo bisogna rifinanziare oltre tremila miliardi di debito in un sistema finanziario la cui politica monetaria viene decisa a Francoforte.

All’opposizione la sovranità è una parola.

Al governo la sovranità diventa un bilancio.

Meloni non ha sconfitto il vincolo esterno.

Ha imparato a governarci dentro.

Probabilmente non aveva una alternativa razionale.

Ma è proprio questo il punto.

La realtà economica ha corretto la retorica politica.

11. LA BCE NON PAGA IL DEBITO ITALIANO. MA SENZA L’ARCHITETTURA DELL’EURO IL PROBLEMA CAMBIA RADICALMENTE.

Qui bisogna evitare la propaganda opposta.

La BCE non finanzia direttamente il governo italiano come se Bruxelles staccasse un assegno per pagare i BTP.

Il debito italiano viene acquistato da investitori, famiglie, banche, fondi, assicurazioni e istituzioni.

Ma la BCE determina una parte fondamentale dell’ambiente nel quale quel debito viene rifinanziato.

Tassi.

Liquidità.

Credibilità monetaria.

Spread.

Condizioni finanziarie.

Programmi di acquisto.

Quindi sostenere che “l’Europa paga il debito italiano” sarebbe falso.

Ma sostenere che l’architettura monetaria europea sia irrilevante per la sostenibilità finanziaria italiana sarebbe altrettanto falso.

12. IL PNRR: IL SOVRANISMO FINANZIATO DALL’EUROPA

Qui la contraddizione diventa ancora più evidente.

L’Italia è stata il maggiore beneficiario del grande programma europeo di ripresa.

E gli investimenti del PNRR continuano a rappresentare uno dei supporti alla crescita italiana.

Non c’è niente di sbagliato nell’utilizzare quei soldi.

Sarebbe stato folle non farlo.

Ma politicamente il paradosso rimane enorme.

Un governo proveniente da una cultura politica che per anni ha criticato la dipendenza dai vincoli europei governa durante uno dei periodi in cui l’investimento pubblico italiano dipende maggiormente da risorse europee straordinarie.

E quindi la vera domanda non è:

quanto abbiamo speso?

È:

che cosa resterà quando quei soldi finiranno?

13. QUANDO FINISCE IL PNRR, RESTA LA PRODUTTIVITÀ

Le risorse straordinarie sono temporanee.

La produttività italiana è un problema permanente.

Se il PNRR lascia:

infrastrutture migliori;

ferrovie;

digitalizzazione;

energia;

pubblica amministrazione più efficiente;

più investimenti privati;

più capitale umano;

maggiore produttività,

allora avrà trasformato l’Italia.

Se lascia soltanto qualche decimale temporaneo di PIL, il problema italiano tornerà esattamente dove era prima.

Questo sarà uno dei test più importanti dell’intero governo Meloni.

14. TASSE: L’ITALIA RIMANE UN PAESE AD ALTA PRESSIONE FISCALE

La pressione fiscale italiana rimane elevata.

Non è nata con Meloni.

Esisteva con governi di destra, sinistra, tecnici e coalizioni miste.

Anche altri Paesi europei, Francia in particolare, presentano livelli molto elevati.

Quindi attribuire tutto a Meloni sarebbe propaganda.

Ma quasi quattro anni sono sufficienti anche per affermare che non è avvenuta una rivoluzione strutturale del rapporto fra:

tasse;

spesa pubblica;

crescita;

produttività.

15. EVASIONE FISCALE: LA LOTTA NON È COMINCIATA CON MELONI

Anche la riduzione dell’evasione è un processo iniziato prima dell’attuale governo.

Fatturazione elettronica.

Pagamenti digitali.

Incrocio delle banche dati.

Anagrafe tributaria.

Controlli automatizzati.

Molti strumenti esistevano prima dell’ottobre 2022.

I dati del Ministero dell’Economia indicavano già nel 2021 una significativa riduzione del tax gap rispetto agli anni precedenti.

Quindi:

Meloni non ha inventato la lotta all’evasione.

Ma questo non significa che non possa ottenere risultati durante il proprio governo.

16. RECUPERO FISCALE RECORD: UN RISULTATO DA RICONOSCERE

Nel 2025 il recupero complessivo ha raggiunto circa 36,2 miliardi di euro, con circa 29 miliardi collegati alle attività contro l’evasione.

È un risultato positivo.

Punto.

Una critica credibile non deve nascondere i dati positivi.

Al contrario.

Deve riconoscerli.

Perché solo così acquista credibilità quando arriva ai dati negativi.

La domanda successiva è però inevitabile:

se lo Stato recupera più evasione, quando il contribuente onesto vedrà una riduzione strutturale del proprio carico?

17. IMMIGRAZIONE: CINQUE NUMERI DIVERSI CHE LA POLITICA CONTINUA A CONFONDERE

Sul tema migratorio bisogna essere ancora più rigorosi.

Esistono almeno cinque grandezze:

sbarchi irregolari via mare;

immigrazione complessiva dall’estero;

immigrazione di cittadini stranieri;

persone individuate in posizione irregolare;

ordini di lasciare il territorio e rimpatri effettivi.

Non sono sinonimi.

Mescolarli produce propaganda.

Separarli produce analisi.

18. SBARCHI: IL FALLIMENTO DEL 2023 E LA FORTE INVERSIONE SUCCESSIVA

Nel 2022 gli sbarchi furono circa 105.000.

Nel 2023, primo anno completo del governo Meloni, salirono a 157.651.

Per un governo eletto anche sulla promessa di maggiore controllo dell’immigrazione irregolare, questo fu un risultato negativo.

Poi però la situazione cambia radicalmente.

Nel 2024 gli sbarchi scendono a circa 66.600.

Nel 2025 rimangono intorno a 66.300.

Dal 2023 al 2025 la riduzione è vicina al 58%.

Questo risultato è reale.

Va riconosciuto.

Negarlo renderebbe meno credibile qualunque critica.

Ma attenzione:

gli sbarchi sono diminuiti di circa il 58%. L’immigrazione complessiva no.

19. IMMIGRAZIONE COMPLESSIVA: ECCO PERCHÉ “SBARCHI” E “IMMIGRAZIONE” NON SONO LA STESSA COSA

Nel 2024 Eurostat registrava circa:

Spagna: 1.288.600 immigrati

Germania: 1.078.500

Italia: 451.600

Francia: 438.600.

Questo cambia completamente la prospettiva.

La Spagna ha registrato quasi tre volte l’immigrazione complessiva italiana.

E ha una popolazione inferiore.

Quindi l’Italia non è automaticamente il principale Paese europeo di immigrazione.

È invece particolarmente esposta alla rotta del Mediterraneo centrale.

Sono due concetti diversi.

20. 66.600 SBARCHI CONTRO 382.000 IMMIGRATI STRANIERI

Secondo ISTAT, nel 2024 circa 382.000 cittadini stranieri sono immigrati in Italia.

Nello stesso anno gli sbarchi sono stati circa 66.600.

Questa differenza dovrebbe essere sufficiente a eliminare definitivamente l’equazione:

sbarchi = immigrazione.

Non funziona così.

Una persona che entra legalmente in Italia per lavorare non ha nulla a che vedere, statisticamente, con una persona che arriva irregolarmente via mare.

Il governo può quindi aver ridotto drasticamente gli sbarchi senza avere ridotto nella stessa misura l’immigrazione complessiva.

Ed è precisamente quello che i dati mostrano.

21. IRREGOLARI: ANCHE QUI L’ITALIA NON È PRIMA

Nel 2024 i cittadini extra-UE individuati in posizione irregolare erano circa:

Germania: 249.000

Francia: 142.000

Italia: 109.000.

Ma attenzione.

Questi numeri rappresentano persone individuate dalle autorità.

Non sono necessariamente la stima dell’intera popolazione irregolare presente nel Paese.

Anche qui bisogna evitare di trasformare un dato amministrativo in qualcosa che non misura.

22. ORDINE DI ESPULSIONE NON SIGNIFICA RIMPATRIO

Nel 2024, nell’Unione europea, circa 453.000 cittadini non UE hanno ricevuto un ordine di lasciare il territorio.

I rimpatri effettivi verso Paesi terzi sono stati però circa 110.000.

In termini molto grezzi significa circa un rimpatrio per quattro decisioni.

Non è una percentuale esatta sulla stessa coorte di persone.

Ma mostra la dimensione del problema.

Nel 2025 i rimpatri effettivi verso Paesi terzi sono saliti a circa 135.460.

Circa +21%.

Miglioramento evidente.

Problema tutt’altro che risolto.

23. IL RIMPATRIO È IL VERO TEST DELLO STATO

Firmare un decreto è relativamente semplice.

Rimpatriare realmente una persona può richiedere:

identificazione;

documenti;

accertamento della nazionalità;

collaborazione del Paese di origine;

accordi di riammissione;

risoluzione delle procedure d’asilo;

ricorsi;

organizzazione logistica;

rispetto del diritto italiano, europeo e internazionale.

Per questo chi promette “rimpatri di massa” dovrebbe sempre rispondere a domande estremamente concrete:

Quanti?

Verso quali Paesi?

Con quali accordi?

In quanto tempo?

Con quali costi?

Con quale capacità operativa?

E con quale percentuale di effettiva esecuzione?

Senza queste risposte il rimpatrio rischia di diventare una parola elettorale.

24. MELONI HA RIDOTTO GLI SBARCHI. NON HA RISOLTO L’IMMIGRAZIONE.

Questa è la conclusione che considero più difficile da contestare.

Nel 2023 il governo ha fallito sugli sbarchi.

Nel 2024 e nel 2025 li ha ridotti drasticamente.

È un risultato reale.

Ma l’immigrazione complessiva rimane molto più ampia.

E il problema europeo dei rimpatri rimane strutturale.

Quindi:

“Meloni ha fermato l’immigrazione” è falso.

Ma anche:

“Meloni non ha ottenuto nulla sull’immigrazione” è falso.

La realtà non appartiene né alla propaganda del governo né a quella dell’opposizione.

25. L’ALTRA IMMIGRAZIONE: GLI ITALIANI CHE SE NE VANNO

Nel 2024 circa 191.000 persone sono emigrate dall’Italia.

Circa 156.000 erano cittadini italiani.

L’aumento delle partenze di cittadini italiani rispetto al 2023 è stato circa 36,5%.

Età media:

circa 32,8 anni.

ISTAT ha correttamente segnalato che una parte dell’aumento può dipendere dalla maggiore applicazione degli obblighi di iscrizione degli italiani residenti all’estero.

È una precisazione importante.

Ma non cancella il fenomeno.

L’Italia continua a perdere giovani.

E una parte di loro possiede precisamente quelle competenze che un Paese anziano, indebitato e poco produttivo dovrebbe cercare disperatamente di trattenere.

26. LA DOMANDA SULL’IMMIGRAZIONE CHE LA POLITICA NON AMA FARE

Nel 2024 circa:

382.000 cittadini stranieri sono immigrati in Italia.

156.000 cittadini italiani sono emigrati.

Solo circa 53.000 italiani sono rientrati dall’estero.

E allora la domanda migratoria non può essere soltanto:

“Quanti stranieri entrano?”

Deve diventare anche:

“Perché così tanti italiani se ne vanno?”

Questa è una domanda molto più scomoda.

Perché non può essere risolta con una motovedetta.

Richiede:

salari;

carriere;

meritocrazia;

produttività;

servizi;

università;

ricerca;

abitazioni accessibili;

mobilità sociale;

aspettative.

Richiede, cioè, una economia migliore.

27. LA STABILITÀ ERA LA GRANDE OCCASIONE DI MELONI

Per decenni abbiamo sentito ripetere:

“L’Italia non riesce a fare le riforme perché i governi durano troppo poco.”

Bene.

Meloni ha eliminato questa scusa.

Ha avuto tempo.

Una maggioranza.

Continuità.

Stabilità.

Capitale politico.

Una opposizione spesso frammentata.

E risorse europee straordinarie.

Questa combinazione avrebbe dovuto rappresentare un’occasione storica.

Per questo il criterio con cui giudicarla deve essere più severo.

Non meno.

28. CHE COSA HA FATTO L’ITALIA CON QUESTO TEMPO?

I risultati positivi esistono.

Occupazione record.

Disoccupazione in calo.

Deficit migliorato.

Saldo primario migliorato.

Recupero fiscale record.

Sbarchi fortemente ridotti dopo il 2023.

Stabilità politica.

Nessuna crisi del debito sovrano.

Ma le domande strutturali rimangono.

Dov’è il salto della produttività?

Dov’è la crescita sostenuta?

Dov’è il recupero completo dei salari reali?

Dov’è la riduzione strutturale del debito?

Dov’è l’inversione dell’emigrazione giovanile?

Dov’è la trasformazione dell’Italia in una economia capace di attrarre capitale, innovazione e talento?

Qui le risposte diventano molto meno convincenti.

29. IL NUMERO PIÙ IMBARAZZANTE RESTA 0,5%

Si può spiegare tutto.

Covid.

Putin.

Ucraina.

Gas.

BCE.

Germania.

Trump.

Dazi.

Iran.

Gaza.

Cina.

Prote­zionismo.

Mercati.

Ma alla fine tutte le spiegazioni incontrano un numero:

0,5%.

La crescita italiana continua a essere misurata in pochi decimi di punto.

E quando la Spagna cresce diverse volte più velocemente affrontando molti degli stessi shock, il mondo esterno smette di essere una spiegazione sufficiente.

30. L’ITALIA NON È IN COLLASSO

È importante dirlo.

L’Italia non è un Paese fallito.

Il sistema bancario non sta collassando.

Il mercato dei BTP funziona.

L’occupazione è migliorata.

Le famiglie possiedono un patrimonio privato rilevante.

L’Italia rimane una grande potenza manifatturiera.

Non esiste una crisi finanziaria sistemica.

Raccontare l’Italia come una catastrofe sarebbe propaganda.

Ma anche qui:

evitare la catastrofe non significa avere realizzato una trasformazione.

31. E NON ESISTE NEMMENO IL MIRACOLO MELONI

Un’economia che cresce intorno allo 0,5% non vive un miracolo.

Un Paese con salari reali ancora sotto il livello del 2021 non vive un boom del benessere.

Un Paese che torna verso il 140% di debito/PIL non ha risolto il problema fiscale.

Un Paese dal quale partono decine di migliaia di giovani non ha risolto il problema demografico.

Un Paese la cui crescita degli investimenti dipende ancora significativamente da fondi europei straordinari non ha ancora dimostrato di poter sostenere lo stesso ritmo quando quei fondi termineranno.

Il miracolo, semplicemente, non compare nei numeri.

32. IL MAGGIORE SUCCESSO DI MELONI RENDE PIÙ EVIDENTE IL SUO LIMITE

Il successo è la stabilità.

Ed è proprio la stabilità a rendere meno giustificabile l’assenza di trasformazione.

Un governo che dura diciotto mesi può dire:

“non abbiamo avuto tempo.”

Un governo che arriva a quattro anni non può utilizzare lo stesso argomento.

Più Meloni dura, più cambia il metro con cui deve essere giudicata.

A un certo punto la longevità smette di essere il risultato.

Il risultato deve diventare ciò che hai fatto con quella longevità.

33. IL MIO GIUDIZIO

Qui finiscono i numeri e comincia la mia interpretazione.

Non penso che Meloni abbia distrutto l’Italia.

Non penso che ogni sua politica sia stata sbagliata.

Non penso che la sua gestione economica sia stata irresponsabile.

Anzi.

Su molti temi è stata molto più pragmatica di quanto lasciasse immaginare la sua precedente retorica politica.

Ma proprio questo rende il giudizio finale più interessante.

Perché dopo quasi quattro anni di stabilità eccezionale, io non vedo ancora una trasformazione economica proporzionata all’opportunità politica avuta.

L’Italia rimane:

troppo lenta;

troppo indebitata;

troppo poco produttiva;

troppo debole sui salari reali;

troppo dipendente da risorse europee straordinarie per sostenere gli investimenti;

troppo incapace di trattenere una parte dei propri giovani.

E soprattutto troppo abituata a chiamare successo l’assenza di una crisi.

34. LA GRANDE CONTRADDIZIONE DELLA MELONI

Un movimento nato dentro la cultura sovranista arriva al potere.

E una volta al potere scopre che i principali limiti alla sovranità italiana non sono i burocrati di Bruxelles.

Sono:

tre trilioni di debito;

la produttività;

la demografia;

i mercati finanziari;

i tassi d’interesse;

la crescita dello 0,x%;

la matematica.

Meloni non ha rotto con l’Europa.

È diventata più pragmatica dentro l’Europa.

Non ha rifiutato il PNRR.

Ne ha avuto bisogno.

Non ha sfidato i mercati.

Li ha rassicurati.

Non ha realizzato una rivoluzione fiscale.

Ha scelto prudenza.

Politicamente può essere maturità.

Ma significa anche riconoscere una cosa:

quando la retorica sovranista ha incontrato la realtà economica, ha vinto la realtà economica.

35. LA VERA SOVRANITÀ NON È URLARE CONTRO BRUXELLES

La vera sovranità sarebbe:

ridurre stabilmente il debito;

aumentare la produttività;

far crescere i salari reali;

aumentare la partecipazione al lavoro;

trattenere i giovani;

attrarre talenti;

attrarre capitali;

creare imprese più grandi e competitive;

innovare;

riscuotere efficacemente le tasse;

rimpatriare realmente chi non ha diritto a restare;

gestire l’immigrazione legale sulla base delle necessità economiche;

continuare a crescere quando finirà il PNRR.

Questa è sovranità.

Capacità economica.

Non vocabolario politico.

36. IL VERDETTO: IL GOVERNO È DURATO. L’ITALIA NON È CAMBIATA ABBASTANZA.

Giorgia Meloni può legittimamente celebrare un risultato politico straordinario:

la stabilità.

E il suo governo può rivendicare risultati reali:

occupazione;

disoccupazione;

miglioramento dei conti;

saldo primario;

recupero fiscale;

riduzione degli sbarchi dopo il 2023;

credibilità sui mercati.

Ma questi risultati non cancellano il quadro strutturale.

L’Italia cresce troppo poco.

I salari reali non hanno recuperato completamente.

Il debito rimane gigantesco.

La produttività rimane debole.

La partecipazione al lavoro rimane bassa rispetto alle economie avanzate.

I giovani continuano ad andarsene.

La crescita degli investimenti continua a ricevere un sostegno straordinario dall’Europa.

E la riduzione degli sbarchi non equivale alla soluzione del fenomeno migratorio.

Per questo il mio giudizio non è:

catastrofe.

Ma certamente non è:

rinascimento.

È qualcosa di più problematico.

Stabilità senza trasformazione.

Meloni ha dimostrato di saper restare al governo.

Non ha ancora dimostrato che restare al governo così a lungo sia bastato per cambiare strutturalmente l’Italia.

E dopo quasi quattro anni questa distinzione non può più essere rinviata.

Perché per decenni ci siamo raccontati che il problema italiano fosse la durata troppo breve dei governi.

Ora abbiamo finalmente avuto un governo lungo.

E scopriamo che la durata, da sola, non produce crescita.

Non produce produttività.

Non produce salari.

Non riduce automaticamente il debito.

Non impedisce ai giovani di partire.

La domanda finale, quindi, è inevitabile:

se quasi quattro anni di stabilità politica, una maggioranza parlamentare solida e una quantità irripetibile di risorse europee non sono bastati per liberare l’Italia dall’economia dello 0,x%, che cosa dovrebbe bastare?

Questa non è matematica di destra.

Non è matematica di sinistra.

Non è matematica di Bruxelles.

È semplicemente matematica.

E la matematica non vota.

Roberto Balbino — CEO, Fintech SCB
Analista indipendente di finanza, economia, geopolitica e mercati globali.

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