PERCHÉ IN ITALIA CHI PUÒ, SPESSO, NON PAGA LE TASSE?

Cultura dell’evasione, controlli insufficienti, tecnologia e soprattutto incentivi politici

Opinione personale basata su dati pubblici e fonti italiane e internazionali.

Dire che gli italiani siano “il popolo più evasore del mondo” sarebbe una semplificazione.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato negare che l’Italia abbia un problema serio di evasione fiscale.

Nel 2023 il VAT gap italiano, cioè la differenza tra l’IVA teoricamente dovuta e quella effettivamente incassata, è stato stimato dalla Commissione europea in circa 25 miliardi di euro, pari al 15% dell’IVA teoricamente dovuta. La media europea era del 9,5%.

La domanda interessante, però, è un’altra.

Perché un Paese che oggi dispone di fatturazione elettronica, pagamenti digitali, enormi banche dati e dichiarazioni precompilate continua ad avere un livello di evasione così elevato?

La risposta non è soltanto culturale.

È economica, tecnologica e soprattutto politica.

L’evasione come comportamento socialmente tollerato

In Italia esiste una lunga tradizione nella quale l’evasione fiscale viene talvolta considerata non come un danno alla collettività, ma come una forma di autodifesa.

“Pago già troppe tasse.”

“Lo Stato spreca i miei soldi.”

“Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro.”

Questo tipo di ragionamento produce un effetto estremamente pericoloso.

L’evasione di qualcuno diventa una tassa aggiuntiva per qualcun altro.

Il dipendente normalmente non può decidere quanto del proprio stipendio dichiarare: il reddito viene comunicato dal datore di lavoro e la tassazione viene effettuata alla fonte.

Per alcune attività autonome, professionali o commerciali, invece, il reddito può essere molto più difficile da osservare.

Questa differenza crea una percezione di ingiustizia.

E quando il cittadino che paga tutto vede altri che riescono a pagare meno, la fiducia nel sistema fiscale diminuisce.

Si crea così un circolo vizioso:

più evasione → maggiore pressione sui contribuenti visibili → maggiore percezione di ingiustizia → maggiore tolleranza dell’evasione.

Ma la cultura non basta a spiegare il fenomeno

Attribuire tutto alla “mentalità italiana” sarebbe troppo semplice.

Gli esseri umani rispondono agli incentivi.

Se il beneficio economico dell’evasione è elevato e la probabilità percepita di essere scoperti è bassa, una parte delle persone cercherà di evadere.

Questo vale in Italia, negli Stati Uniti e nei Paesi nordici.

La domanda quindi diventa:

Quanto è facile essere scoperti?

Quanto costa essere scoperti?

Quanto tempo impiega lo Stato a recuperare il denaro?

Quanto è complicato il sistema fiscale?

Queste variabili possono essere più importanti della cultura.

Gli Stati Uniti dimostrano una cosa fondamentale

Gli Stati Uniti hanno anch’essi un enorme problema di tax gap.

L’IRS stima per il 2022 un gross tax gap di circa 696 miliardi di dollari.

Ma contemporaneamente l’IRS stima una voluntary compliance rate intorno all’85%.

La differenza fondamentale è il sistema di third-party reporting.

Quando un datore di lavoro, una banca, un intermediario finanziario o un altro soggetto comunica all’amministrazione fiscale quanto il contribuente ha ricevuto, diventa molto più difficile nascondere il reddito.

L’IRS sottolinea da anni che la compliance aumenta notevolmente quando il reddito è soggetto a reporting da parte di terzi e a withholding, cioè ritenuta alla fonte.

Il principio è semplice: lo Stato deve conoscere il reddito prima che il contribuente possa modificarne la rappresentazione fiscale.

E i Paesi nordici?

Il modello nordico è ancora più interessante.

Non significa che in Svezia, Norvegia, Danimarca o Finlandia nessuno evada.

Significa che l’evasione tende ad avere un rapporto rischio/beneficio meno favorevole.

Elevata digitalizzazione.

Reporting sistematico.

Pagamenti tracciabili.

Amministrazioni fiscali efficienti.

Elevata probabilità percepita di essere scoperti.

Sanzioni credibili.

E, soprattutto, maggiore fiducia nelle istituzioni.

La fiducia è importante perché il contribuente deve percepire che le tasse che paga producono qualcosa.

La compliance non nasce soltanto dalla paura della sanzione. Nasce anche dalla percezione che il sistema sia relativamente equo.

L’Italia, però, non è più il Paese analogico del passato

Questo è forse il paradosso più interessante.

L’Italia ha fatto enormi progressi tecnologici.

La fatturazione elettronica ha creato un’enorme quantità di informazioni fiscali.

Il Sistema di Interscambio consente di ricevere e controllare le fatture elettroniche e trasmetterle ai destinatari.

La Commissione europea riconosce che la diffusione della fatturazione elettronica e dei pagamenti digitali ha contribuito alla riduzione del VAT gap italiano.

Il problema è che avere i dati non significa automaticamente saperli utilizzare nel modo migliore.

L’Italia possiede una quantità enorme di informazioni.

Quello che manca ancora è un utilizzo pienamente integrato e predittivo di queste informazioni.

La soluzione: un vero sistema di Tax Data Matching

Io introdurrei un sistema nazionale di Tax Data Matching.

Non un sistema che controlla indiscriminatamente tutti.

Al contrario.

Un sistema che utilizza i dati già disponibili per identificare automaticamente le anomalie.

Fatture elettroniche.

Corrispettivi.

Pagamenti digitali.

Dati bancari secondo le procedure previste dalla legge.

Costi dichiarati.

Ricavi.

Dipendenti.

Contributi.

Importazioni ed esportazioni.

Dati immobiliari.

Partecipazioni societarie.

Precedenti fiscali.

Tutte queste informazioni potrebbero essere utilizzate per costruire un risk score fiscale.

Non per dichiarare qualcuno colpevole.

Ma per stabilire dove un controllo umano potrebbe avere maggiore probabilità di trovare un’incongruenza.

Un esempio concreto

Immaginiamo un’impresa che dichiara 100.000 euro di ricavi.

Il sistema rileva però una combinazione anomala di acquisti, fatture ricevute, pagamenti elettronici e altre informazioni economiche che suggerisce un’attività molto superiore.

Questo non significa automaticamente evasione.

Potrebbero esserci spiegazioni perfettamente legittime.

Il sistema dovrebbe quindi generare un semplice:

Risk Score: elevato.

A quel punto l’amministrazione potrebbe chiedere chiarimenti.

Se la spiegazione è corretta:

caso chiuso.

Se emergono incongruenze:

controllo mirato.

È molto più efficiente che controllare casualmente migliaia di contribuenti.

L’intelligenza artificiale potrebbe cambiare completamente il sistema

L’AI potrebbe individuare automaticamente:

anomalie nei ricavi;

variazioni improvvise;

schemi societari sospetti;

catene IVA anomale;

rapporti anomali tra costi e ricavi;

incongruenze tra attività dichiarata e flussi economici;

pattern ricorrenti di evasione.

Ma c’è una distinzione fondamentale.

L’intelligenza artificiale non dovrebbe decidere chi è colpevole.

Dovrebbe decidere soltanto:

dove vale la pena guardare.

La decisione finale dovrebbe rimanere umana, verificabile e soggetta a tutte le garanzie previste dalla legge.

Perché la politica non elimina davvero l’evasione?

Questa è la parte più delicata.

Dire semplicemente che “la politica protegge gli evasori” sarebbe una spiegazione troppo semplicistica.

Il problema è soprattutto quello degli incentivi.

Combattere seriamente l’evasione produce costi politici immediati.

Il governo che aumenta i controlli può scontentare categorie professionali, commercianti, autonomi, piccoli imprenditori e gruppi organizzati.

Il beneficio fiscale, invece, è distribuito sull’intera popolazione e spesso arriva nel tempo.

In altre parole:

il costo politico del controllo è concentrato e immediato.

Il beneficio del recupero fiscale è diffuso e spesso invisibile.

Questa è una delle ragioni per cui la lotta all’evasione è politicamente molto più difficile di quanto sembri.

Il problema dei condoni

Esiste poi un altro elemento.

Se il sistema fiscale alterna continuamente:

controlli → contenzioso → condono → rottamazione → nuova sanatoria → nuovi controlli

si crea un incentivo perverso.

Il contribuente può arrivare alla conclusione:

“Perché pagare tutto oggi se domani potrebbe arrivare una sanatoria?”

La certezza delle regole è quindi fondamentale.

Un sistema efficace non deve necessariamente avere sanzioni enormi.

Deve avere una cosa ancora più importante:

certezza della conseguenza.

La soluzione non è semplicemente aumentare le tasse

Anzi.

Un sistema più efficace potrebbe combinare:

meno complessità fiscale;

maggiore tracciabilità;

controlli automatici basati sul rischio;

riduzione delle aliquote dove producono distorsioni economiche;

premi per chi paga regolarmente;

sanzioni certe per chi evade;

fine della logica delle sanatorie ricorrenti.

L’obiettivo dovrebbe essere trasformare il comportamento economico.

Pagare correttamente deve essere più conveniente che evadere.

Il vero confronto tra Italia, USA e Nord Europa

La differenza non è che gli italiani siano “cattivi” e gli americani o i nordici “virtuosi”.

La differenza è soprattutto nella struttura degli incentivi.

Negli Stati Uniti il reporting di terzi e le ritenute rendono molti redditi immediatamente visibili all’IRS.

Nei Paesi nordici la digitalizzazione, il reporting e la capacità amministrativa rendono l’evasione più difficile e aumentano la probabilità percepita di essere scoperti.

L’Italia ha ormai una parte importante di queste infrastrutture.

Quello che deve cambiare è il modo in cui vengono utilizzate.

Ecco cosa farei

La mia proposta sarebbe molto semplice.

Primo: integrare le banche dati fiscali attraverso sistemi moderni di analisi del rischio.

Secondo: utilizzare l’intelligenza artificiale per individuare anomalie, non per emettere automaticamente sanzioni.

Terzo: aumentare il reporting automatico dei soggetti terzi.

Quarto: premiare concretamente i contribuenti con comportamento fiscale regolare.

Quinto: rendere le sanzioni più certe e meno arbitrarie.

Sesto: ridurre progressivamente la complessità del sistema fiscale.

Settimo: rendere politicamente molto più difficile ricorrere continuamente a condoni e sanatorie.

La vera domanda

L’Italia ha già gran parte della tecnologia necessaria per ridurre drasticamente l’evasione.

Ha fatturazione elettronica.

Ha pagamenti digitali.

Ha banche dati fiscali.

Ha informazioni bancarie secondo le procedure previste dalla legge.

Ha dati societari.

Ha dati immobiliari.

Ha sistemi informatici enormemente più potenti di vent’anni fa.

Quindi il problema non è più soltanto:

“Lo Stato può sapere?”

La risposta è sì.

La domanda è:

“Lo Stato vuole utilizzare pienamente ciò che già sa?”

Ed è qui che entra la politica.

Perché eliminare una parte significativa dell’evasione significherebbe modificare interessi consolidati, comportamenti elettorali e rapporti con categorie economicamente e politicamente importanti.

CONCLUSIONE

L’Italia non ha necessariamente bisogno di tasse più alte.

Ha bisogno di un sistema fiscale più intelligente.

Un sistema nel quale chi deve pagare paga.

Chi non può pagare viene aiutato.

Chi evade viene individuato.

Chi paga correttamente viene premiato.

E nessuno può costruire la propria strategia fiscale aspettando il prossimo condono.

La tecnologia necessaria esiste già.

La vera rivoluzione sarebbe collegare intelligentemente i dati che lo Stato possiede e trasformarli in controlli mirati, rispettosi della privacy e delle garanzie individuali.

Non serve un Grande Fratello fiscale.

Serve uno Stato che sappia utilizzare meglio le informazioni che già possiede.

Perché il vero problema dell’evasione italiana non è soltanto che alcuni cittadini non vogliono pagare.

È che per decenni, per alcune categorie, non pagare è stato relativamente possibile, socialmente tollerabile e politicamente difficile da combattere fino in fondo.

Finché questo rapporto rischio/beneficio non cambierà, nessuna campagna morale contro l’evasione sarà sufficiente.

Servono incentivi diversi.

Servono dati integrati.

Serve certezza del controllo.

E soprattutto serve la volontà politica di applicare le stesse regole anche quando diventano elettoralmente scomode.**

Roberto Balbino — CEO, Fintech SBB.